“L’OTTAVA  SFERA”

 la più antica miniera di Lombardia sinora datata con certezza

 

Il 7 agosto 1985, durante una perlustrazione alla ricerca di nuove grotte effettuata in una zona impervia a 1000 metri di quota in località “Il Forcellino”, presso i Piani dei Resinelli sopra Lecco, Guglielmo Ronaghi localizzava una larga fessura nella roccia, seminascosta dalla vegetazione a ridosso di pericolosi strapiombi e che, a prima vista, presentava tutte le caratteristiche di una cavità naturale. Dopo aver percorso pochi metri al suo interno dovette intraprendere, con altri speleologi, un lungo e difficoltoso lavoro di scavo per rendere agibile quella che riteneva essere la prosecuzione, ovvero un angusto cunicolo discendente a sezione ellittica completamente riempito da fango e pietrisco. Le operazioni si protrassero per alcune settimane, asportando oltre 1 metro cubo di materiale e disostruendo uno stretto passaggio per una lunghezza di tre metri per sbucare, finalmente, all’interno di un sistema ipogeo che agli occhi degli speleologi apparì subito molto interessante e, soprattutto, in condizioni da essere ritenuto sino ad allora inviolato. Superata una condotta con il fondo invaso da pietrame, gli speleologi furono stupiti nel trovarsi all’improvviso di fronte ad un ostacolo inaspettato, un muretto costruito con pietre che chiudeva completamente la galleria; solo a quel punto ci si rese conto che non si trattava di una grotta naturale inesplorata ma bensì di un’antica miniera, che in alcuni giorni venne completamente ispezionata, topografata quindi denominata ufficialmente “l’Ottava Sfera”

 

Alcuni mesi più tardi la notizia di questa singolare scoperta giunse anche al prof. Marco Tizzoni, docente di archeologia mineraria presso l’Università di Bergamo il quale, dopo aver contattato lo scopritore, diede inizio ad un’importante collaborazione finalizzata ad un progetto di studio approfondito del sito sotterraneo, consentendo così di far luce su numerosi interrogativi legati all’epoca, la funzione e le modalità di realizzazione della miniera.

“L’Ottava Sfera” risulta particolarmente interessante poiché dal momento in cui l’attività estrattiva si interruppe, l’ingresso venne chiuso e non fu più riaperto sino al momento della sua scoperta, e in tal modo non subì né danneggiamenti né alterazioni, mantenendo pressoché integre le sue caratteristiche originali per quasi 800 anni. Essa vanta uno sviluppo planimetrico di 250 metri con un dislivello di 83, riferito tra punto più alto e quello più profondo dell’intero complesso, tuttavia le dimensioni in sezione sono modeste, infatti permettono il transito solo a carponi. La miniera venne scavata senza pianificazione alcuna, ma seguendo solo l’andamento della zona mineralizzata, e l’omogeneità della tecnica di scavo indica che per la sua realizzazione furono necessari poco più di un paio d’anni di lavoro, calcolando che il fronte dello scavo doveva procedere indicativamente di circa 40 centimetri al giorno. Lo scavo venne eseguito facendo uso esclusivamente di scalpelli e punte, e parte del pietrame sterile venne disposto lungo le pareti allo scopo di creare strutture di sostegno. Alcune camere riempite di materiali di scarto farebbero pensare a delle piccole ripiene, ciò per evitare la fatica di trascinare i pesanti carichi sino all’esterno.

L’analisi al radiocarbonio di un campione di carbone proveniente da una specie di vaschetta scavata nella roccia lungo la galleria principale, ha dato una data calibrata tra il 1230 e il 1270 al 68% di probabilità, e tra il 1190 e il 1280 al 95% di probabilità.

L’odierno accesso alla miniera è in realtà una sorta di condotta secondaria e non è stato ancora possibile identificare l’ingresso principale, molto probabilmente occluso durante gli ultimi lavori eseguiti al suo interno. Osservando la topografia è possibile notare che da questo ingresso si accede ad un tronco di galleria che venne scavato separatamente da quello principale a cui fu unito, in un secondo tempo, tramite un cunicolo con andamento quasi rettilineo e realizzato nella roccia sterile, partendo dalla galleria principale. Tale cunicolo di collegamento fu eseguito dopo l’abbandono di un primo analogo tentativo, in quanto gli scavatori si erano resi conto che, se la direzione era giusta, la posizione era sbagliata. La scelta degli antichi minatori di aprire un ulteriore accesso dovette essere determinata dal fatto che l’ingresso principale era ormai troppo lontano e malagevole da raggiungere, essendo in forte pendenza e forse già parzialmente ingombro dal materiale di risulta dello scavo. In questo modo, oltre ad avere un accesso più vicino alla zona di scavo, i minatori potevano utilizzare la galleria abbandonata come discarica per il materiale sterile. La galleria principale era collegata con l’esterno anche tramite tre pozzi a sezione circolare con un diametro di circa 50 centimetri. Le pareti di tali pozzi, estremamente uniformi e prive di asperità, sono interamente ricoperte da un’infinità di minute ed accuratissime scalpellature che sembrano avere un andamento a spirale.

Su gran parte delle pareti della galleria si vedono chiaramente i segni di fitte scalpellature ottenute con punte metalliche a sezione quadrangolare, simili a quelle rinvenute. Non è possibile dedurre la direzione di scavo dall’osservazione di tali scalpellature, si tratta spesso dei segni lasciati non dal primitivo scavo di avanzamento ma dai lavori di ampliamento aventi lo scopo di scavare quelle zone di roccia che sembravano più ricche di minerale.

 

 Ricerche effettuate tra il detrito di fondo delle gallerie, hanno portato al rinvenimento di alcune punte in ferro a sezione quadrangolare della lunghezza di una decina di centimetri, ormai notevolmente corrose, a testimonianza della tecnica di scavo condotta dagli antichi minatori; tali oggetti, infatti, venivano fissati su manici in legno con la parte terminale a forcella, riuscendo così a gestire meglio le operazioni di scalpellatura della roccia con l’uso di rudimentali martelli. Il materiale di scavo veniva quindi raccolto in grosse sacche di cuoio e trascinato sino all’esterno con funi di canapa, percorrendo il dedalo di cunicoli e gallerie che costituiscono il complesso sotterraneo. Spesso le gallerie venivano riempite di fascine di legna alle quali veniva dato fuoco, sviluppando così un gran calore in grado di indebolire la roccia e facilitare, in un secondo tempo, lo scavo delle pareti ricche di minerale. Dal complesso sotterraneo veniva estratta galena argentifera da cui si ricavava argento, destinato principalmente al conio delle monete. Alcune gallerie, dove la vena di minerale risultava ormai esaurita, venivano chiuse con la costruzione di un muretto di pietre, e il significato di tale gesto è da ricercare nel fatto che, a quell’epoca, si credeva che il minerale potesse riformarsi nel tempo, in risposta all’imperativo divino  “crescite et multiplicamini”, a cui non veniva fatta alcuna distinzione tra il mondo organico, e vivente, e quello inorganico.

Nella zona più profonda della miniera, denominata “Ramo di Caronte”, ad un certo punto la galleria termina improvvisamente in corrispondenza di un piccolo laghetto temporaneo, alimentato da infiltrazioni e stillicidi che giungono più abbondanti nei periodi di piogge prolungate; molto probabilmente fu la ragione per cui gli scavi in quella direzione vennero abbandonati, nonostante la vena mineralizzata sia ancora ben evidente e tutt’altro che scarsa.

L’illuminazione delle gallerie era ottenuta tramite lucerne di cotto e metallo che ardevano olio vegetale, spesso di noce. Tali lucerne venivano appoggiate su nicchie o mensole scolpite nella roccia proprio con questa funzione. Un altro sistema di illuminazione era costituito da bacchette di abete bianco appositamente preparate in piccoli fasci che venivano conficcati nelle fessure della roccia ed accesi, tuttavia le singole schegge di legno venivano anche tenute in bocca dai minatori durante l’esecuzione del lavoro nelle gallerie più strette. Non è possibile sapere se venissero usate anche delle candele, il cui utilizzo negli scavi minerari è accertato solo a partire dal XVII secolo. All’interno della miniera l’Ottava Sfera sono stati raccolti alcuni resti lignei carbonizzati e non carbonizzati, e precisamente:

-         42 schegge di legno lunghe da 5 a 10 centimetri e larghe 1-2 centimetri, per lo più carbonizzate ad un’estremità

-         45 frammenti di carbone, lunghi 2-5 centimetri e tre frammenti lunghi 7-9 centimetri

I frammenti di carbone sono stati datati nei laboratori del “British Museum” di Londra col procedimento “CARBONIO 14” al 1190-1280 D.C.(data calibrata).

Ripensando alle vicende umane legate alla realizzazione di questo complesso sotterraneo, possiamo affermare senza ombra di dubbio che la vita  all’interno della miniera era durissima, intere giornate trascorse in ambienti malsani, freddi, stretti e fangosi, con le pareti annerite dal fumo e l’aria praticamente irrespirabile, dove non era previsto sospendere il lavoro per uscire all’esterno ad espletare i propri bisogni fisiologici; un dedalo di anguste e maleodoranti gallerie dove gli spazi venivano condivisi da uomini e topi, con frequenti momenti di tensione che sfociavano in violenti litigi e risse tra minatori irascibili, già provati dal duro lavoro e dalle terribili condizioni di vita alle quali erano costretti.

Durante le fasi di esplorazione e studio del complesso sotterraneo, si sono verificati alcuni casi in cui taluno degli speleologi sia stato colto della necessità di ritornare all’esterno sentendosi oppresso, in ansia, disturbato da quell’ambiente stretto e con le pareti scure, un labirinto che si sviluppa su più livelli e dove, giunti nelle zone più interne, il percorso verso l’uscita non è poi così semplice e ovvio, almeno per coloro che si trovano a percorrere questa miniera per la prima volta.

 

Il significato del nome

"Secondo la miglior teosofia, l’Ottava Sfera sarebbe una sfera ombra, un mondo parallelo governato da intelligenze oscure, un condotto demoniaco che risucchia nelle sue fauci talune forme spirituali degenerate che si trovano sulla terra. Le entità presenti nell’Ottava Sfera ambiscono a popolarla di anime umane e per agevolarsi il compito avrebbero costruito sulla Terra alcuni terminali, veri e propri condotti per le anime, i quali risucchiano nella parte inferiore della sfera una forma di energia spirituale materializzata, generata sul piano terrestre. E’ un vero e proprio regno dei dannati, il cui alimentarsi di anime non fa che renderlo sempre più forte; si tratta di un vuoto che risucchia le cose nella sua esistenza d’ombra."