SPELEOLOGIA IN AFRICA

Esplorazioni in Etiopia

Due importanti spedizioni speleologiche, condotte a gennaio 2009 e febbraio 2010 in un’area impervia all’estremo est dell’Etiopia, alle quali hanno preso parte alcuni speleologi della provincia di Varese, hanno portato alla scoperta di alcune cavità naturali, tra le quali una grotta lunga oltre 1300 metri e al cui interno sono state individuate formazioni minerali di assoluta bellezza e rarità, tanto da pensare si tratti di una delle più belle grotte d’Africa.

 

I contatti

Nella primavera del 2008 Guglielmo Ronaghi, presidente del G.S. Prealpino, viene contattato da un insegnante varesino che da anni trascorre alcuni mesi in Etiopia per interessi personali, il quale afferma che laggiù, e precisamente nell’area del monte Kundudo, nel territorio dell’Oromia, ad oltre 2500 metri di quota, esistono cavità naturali che attendono di essere esplorate. A seguito di ulteriori informazioni e documentazioni fotografiche dell’area, si decide di effettuare un sopralluogo conoscitivo; Gian Paolo Rivolta, socio del Gruppo Grotte CAI Carnago (VA), nel dicembre 2008 si reca laggiù, accompagnato dall’insegnante, per verificare l’effettiva presenza di grotte di particolare interesse.

 

L’individuazione della grotta

Dopo alcuni giorni trascorsi ad ispezionare cavità di scarso interesse, ecco finalmente la sorpresa; su informazione di alcuni indigeni si giunge all’ingresso di una grotta che, a detta dei locali, funge da rifugio per un leopardo particolarmente feroce, il quale pare abbia divorato vari bambini nei mesi precedenti. Tra stupore, interesse e un pizzico di timore Rivolta, con la presenza di altri accompagnatori, supera la strettoia iniziale e percorre una piccola galleria per circa 150 metri, sino a giungere ad una zona allagata, dove il percorso è più difficile; si tratta di avanzare completamente immersi in acqua melmosa sfruttando i pochi centimetri di aria in corrispondenza del soffitto, procedendo in queste condizioni per un centinaio di metri. Superata la zona allagata, Rivolta si rende subito conto che la grotta continua, sempre più interessante, decidendo quindi di sospendere l’esplorazione, soprattutto per il fatto di essere l’unico speleologo e oltretutto privo di equipaggiamenti adeguati.

 

L’organizzazione della prima spedizione

Ritornato a casa, dopo pochi giorni Gian Paolo Rivolta convoca i suoi collaboratori per informarli riguardo l’interessante scoperta; si tratta di organizzare, a distanza di un mese circa, una spedizione per raggiungere l’ingresso della grotta, superare le gallerie invase dall’acqua e procedere nelle esplorazioni delle zone più interne. Il team di speleologi che partirà ai primi di gennaio 2009 è composto da Rivolta, Guglielmo Ronaghi, Eric Lazarus e Davide Bertagnolo del G.S. Prealpino e da Edoardo Raschellà del G.S. CAI Laveno Mombello (VA). Atterrati ad Addis Abeba, iniziano il lungo viaggio per raggiungere il monte Kundudo, percorrendo a bordo di fuoristrada 500 chilometri in tre giorni e giungendo finalmente a Gursum, capoluogo dell’Oromia, ubicato ad un centinaio di chilometri dal confine con la Somalia.

 

L'esplorazione della grotta  “OLQA OROMO CAVE”

L’inizio delle esplorazioni della grotta avviene senza particolari difficoltà, la presenza degli speleologi non sembra suscitare grandi interessi tra la popolazione locale, la quale vive pressoché isolata e in condizioni di povertà, in vari villaggi disseminati alle pendici della grande montagna. La prima giornata in grotta viene portata a termine in maniera davvero eccellente; il team di speleologi supera senza difficoltà le zone allagate dove, oltretutto, vengono anche individuati dei granchi che, a quanto pare, appartengono ad una specie sconosciuta. Dopo aver percorso alcune centinaia di metri di galleria si fermano dinanzi ad una verticale di 4 metri, che decidono di affrontare il giorno seguente, anche per via dell’ora ormai tarda. Ritornati all’ingresso vengono quindi ripercorsi col fuoristrada i 20 chilometri di pista che conducono al villaggio. Una cena frugale con del riso bollito, una sorta di spezzatino di carne, un po’ di verdura e tutti a dormire, per affrontare il nuovo giorno in buone condizioni; all’indomani mattina inizia la seconda fase delle esplorazioni. Raggiunto nuovamente l’ingresso, ecco le prime brutte sorprese: un gruppo di indigeni con fare minaccioso, stabilisce che quello è il loro territorio, quella è la loro grotta e che gli stranieri non possono entrarci. Dopo varie trattative si giunge ad un accordo, ovvero la consegna di una somma di denaro e solo a quel punto è possibile varcare la soglia e raggiungere la parte più interna della grotta. Viene superata la verticale, giungendo in un ambiente a dir poco fiabesco, ovvero una galleria completamente rivestita dal candore di concrezioni di pura calcite, dalle forme più bizzarre e spettacolari. Gli esploratori procedono lentamente e con gli occhi spalancati, increduli e sbigottiti di fronte a tanta bellezza; è un percorso di circa 200 metri tra formazioni così spettacolari che possono essere ammirate raramente in altre grotte. Si procede e si va oltre per scoprire la parte sconosciuta della grotta, percorrendo la galleria che man mano risulta stretta e molto alta, sino ad intercettare un corso d’acqua che viene risalito superando scomodi meandri, gallerie in risalita e sale. Ormai è tardi e si decide di tornare indietro, ma il demone che alberga dentro gli esploratori li spinge a continuare; mentre gli altri si stanno preparando a tornare indietro, Guglielmo decide di proseguire per qualche decina di metri; percorre un centinaio di metri giungendo in una sala a sezione ellittica, circa tre metri per quattro con il fondo allagato, sopra la quale, a circa 6-7 metri di altezza, occhieggia una galleria che si perde nell’oscurità e dalla quale giunge il ruscello che in quel punto forma una cascatella. All’indomani gli speleologi tentano di rientrare in grotta ma ecco nuove difficoltà; gli indigeni sono ancora sul “sentiero di guerra” nei loro confronti, ovvero riprendono le ostilità convinti che, se gli stranieri vengono da così lontano e ben equipaggiati per trascorrere lunghe ore sottoterra, ci deve essere un valido motivo; sono convinti che siano giunti per “rubare” loro delle ricchezze nascoste, forse l’oro, quindi pretendono di ispezionare gli zaini e stabiliscono somme di denaro sempre maggiori per accedere alla grotta. Gli speleologi si sentono poco sicuri, le cose sembrano sfuggire di mano per cui decidono di rinunciare; se non altro hanno già esplorato gran parte della grotta, eseguendo il rilievo topografico e varie fotografie. Termina così la prima spedizione, con la promessa di ritornare l’anno successivo, attribuendo tuttavia il nome alla scoperta: “Olqa Oromo Cave”, termine in lingua locale che indica la grotta più importante di quella regione.

 

La seconda spedizione

Nel febbraio del 2010 la squadra di esploratori è composta da Gian Paolo Rivolta, Guglielmo Ronaghi, Eric Lazarus, Edoardo Raschellà, Giuseppe Bianchet e Andrea Martinelli. Si giunge finalmente a Gursum dopo il lungo e faticoso viaggio di avvicinamento da Addis Abeba, quindi iniziano le esplorazioni; per superare la risalita osservata nella sala terminale, vengono utilizzati dei pali telescopici in lega leggera, appositamente realizzati nell’officina meccanica del socio Claudio Pierobon. Grazie ai pali e si risale velocemente; nella quadra di esploratori quest’anno è presente anche Nassir, speleologo etiope in gamba, con un fisico snello e agile. Superata la verticale gli speleologi devono subito affrontare un percorso tortuoso, difficile ed impegnativo, con un meandro che alterna zone piuttosto strette e con blocchi di frana, ad ampie sale invase da depositi di fango, dalle forme bizzarre e suggestive e in determinati punti l’altezza della galleria è stimata in decine di metri. Le escursioni in grotta si susseguono per un paio di giorni senza particolari difficoltà, ci sono addirittura un paio di indigeni che, armati esclusivamente di un gran coraggio, scalzi, con pochi stracci addosso e privi di torce elettriche, seguono gli speleologi per parecchie centinaia di metri lungo il complicato percorso sotterraneo, muovendosi nella penombra. Poi iniziano i problemi; alcuni di loro si ricordano degli speleologi, delle vicende dell’anno precedente e iniziano nuove ostilità. Giungono personaggi armati di kalashnikov per rivendicare la proprietà della grotta e del terreno circostante, pretendendo autorizzazioni di rais locali e somme di denaro sempre più alte; al termine della seconda giornata di esplorazioni, dopo essere usciti dalla grotta, gli speleologi sono costretti ad allontanarsi velocemente, circondati da una folla urlante e minacciosa, mentre alcuni indigeni ostruiscono l’ingresso con dei massi. Nel bel mezzo della spedizione erano giunti dall’Europa anche due scienziati, ovvero i professori Paolo Forti, docente di mineralogia dell’università di Bologna, uno dei massimi esperti a livello mondiale di formazioni minerali in grotta e Josè Maria Calaforra docente di idrogeologia dell’università di Almeria, in Spagna, volati laggiù per studiare le formazioni minerali presenti in quella cavità, ma le ostilità dei locali hanno decretato l’impossibilità, anche per i due studiosi, di varcarne la soglia e raggiungere le zone ove sono ubicati i cristalli. Nel corso dell’ultima escursione in grotta, gli speleologi hanno dovuto altresì abbandonare un ingente quantitativo di attrezzature, tra le quali i pali telescopici per risalita, in quanto impossibilitati a rientrare nella cavità.