Speleologia in Valceresio

La Valceresio rappresenta un’importante realtà carsica della provincia di Varese; essa si estende per circa 8 chilometri tra Induno Olona e il lago Ceresio, che segna anche il confine col territorio elvetico. Tipica valle modellata nel corso dei secoli dal lento avanzare dei ghiacciai, è circondata dai monti Orsa e Pravello, ubicati sulla destra idrografica, mentre sul lato opposto è delimitata dai monti Monarco, Rho, Minisfreddo e Poncione di Ganna. Questa cima costituisce l’ultimo avamposto calcareo della Valceresio, oltre il quale domina il “granofiro di Cuasso” o “porfido rosso”, formazione litologica cristallina non aggredibile dalle acque e quindi dove il fenomeno carsico è inesistente.

L’origine della catena del Monarco-Rho-Minisfreddo risale al periodo liassico, ovvero ad oltre 180 milioni di anni fa quando, per effetto dell’orogenesi, antichi fondali marini si innalzarono formando le montagne. Questo lento e costante movimento di enormi bancate rocciose determinò anche la loro fratturazione, ovvero il primo passo verso la formazione delle grotte; attraverso le fessure presenti nella roccia carbonatica, infatti, le acque superficiali iniziarono una lenta ed inesorabile opera di erosione, creando via via condotte sempre più ampie, sino ad ambienti di grandi dimensioni. Questo processo, chiamato carsismo, si è verificato anche in Valceresio, e a partire dai primi anni ’80 fu oggetto di attente osservazioni e ricerche ad opera di speleologi tra cui Guglielmo Ronaghi e Gian Paolo Rivolta, i quali avviarono un intenso e sistematico programma destinato all’individuazione delle cavità naturali presenti su queste montagne.

Si tratta di un grande ed importante impegno che ha richiesto, nel corso degli anni, un lungo e faticoso lavoro condotto con la collaborazione di vari speleologi, concentrato sulla ricerca, sull’esplorazione e lo studio di una settantina di cavità naturali. Alcune di esse vennero localizzate scendendo lungo le ripide e pericolose scarpate del monte Rho d’Arcisate, mentre altre vennero reperite nel corso di battute invernali con la presenza del manto nevoso, che ha reso possibile, nei punti dove la neve non si deposita a causa dell’aria calda proveniente dai sistemi sotterranei, l’individuazione di vari ingressi sepolti dalla copertura detritica superficiale.

Lo studio di tutte queste grotte ha consentito agli speleologi di comprendere l’origine di tali fenomeni, i meccanismi che hanno determinato le morfologie osservate nel corso delle esplorazioni e, soprattutto, l’importanza che tutto ciò rappresenta nel territorio dove tutte queste cavità si sono originate, poiché esse costituiscono, a tutti gli effetti, le vie preferenziali delle acque meteoriche che, dalle aree sommitali dei monti, percolano in profondità lungo le fratturazioni della roccia, attraversando l’intera montagna, sino a raggiungere i punti di risorgenza, ubicate a valle.

Nel corso dei millenni, le acque superficiali che sono state assorbite dal reticolo di fessure presenti nella roccia calcarea, hanno scavato gli ambienti sotterranei costituiti da un fitto e complicato sistema di cunicoli alternati a sale, gallerie e profondi pozzi, ed è grazie al prezioso contributo degli speleologi che è stato possibile scoprire cavità particolarmente interessanti, alcune delle quali con una profondità di oltre un centinaio di metri, dove sono presenti fenomeni concrezionali ed altre formazioni minerali davvero belle, nonché fossili ed altre rarità create della natura.

L’impegno assunto dagli appartenenti al Gruppo Speleologico Prealpino, oltre alle esplorazioni sotterranee, consiste altresì nella salvaguardia del delicato equilibrio esistente tra il mondo delle grotte ed il mondo esterno; la tutela del patrimonio carsico superficiale e profondo dei monti Monarco, Rho e Minisfreddo, oltretutto, rappresenta una garanzia essenziale per la difesa delle acque circolanti in queste aree.